Crowdsourcing: l’incoscienza del neo proletariato 2.0

Si scrive crowdsourcing ed è l’unione di due parole “crowd”, che significa folla e “outsourcing” che significa esternalizzazione da parte di un’azienda di alcune sue attività, verso terzi. Il crowdsourcing quindi, non è altro che un nuovo modello organizzativo che prevede l’esternalizzazione di alcune attività a gruppi di persone (la “folla”) non legate da vincoli contrattuali.

Da qui nasce uno dei tanti neologismi legati al crowdsourcing: crowdworking (“lavoro della folla”), ovvero la nuova versione del cottimo (il cottimo 2.0), dove la mancanza di vincoli contrattuali puzza tanto di laboratori clandestini, di ipersfruttamento e alienazione, di gioco al ribasso senza tregua delle retribuzioni.

Ma il crowdsourcing non è utilizzato solo nell’ambito delle esternalizzazioni di attività, ma anche in un ambito che può essere definito “Marketing collaborativo” tra azienda e consumatore, anzi tra azienda e prosumer (unione della parola professional o producer con la parola consumer). Questo termine indica come nella nostra società post moderna si è modificato il consumo, e di conseguenza il consumatore, che assume un ruolo diverso dal passato: non più un ruolo passivo di semplice utilizzatore della merce che acquista, ma un individuo che grazie allo sviluppo delle tecnologie ICT, e specialmente del Web 2.0, diventa un soggetto attivo di ciò che consuma.

Questo tipo di coinvolgimento da parte di un prosumer porta tre vantaggi a un’azienda: ottiene un’idea innovativa con meno tempo e minori investimenti; effettua minori errori durante lo sviluppo del prodotto; può monitorare la sua reputazione grazie a un confronto continuo. In pratica il prosumer collabora (gratuitamente) a ogni fase del processo produttivo di un prodotto (senza rendersene conto).

Il crowdsourcing

Come nasce questo nuovo modello organizzativo? Il termine è stato coniato nel 2006 da Jeff Howe, e fa il verso al concetto stesso di outsourcing, estendendo il significato stesso di esternalizzazione delle attività da parte di un’azienda, verso terze, quarte, quinte … infinite parti.

Nonostante il termine sia stato coniato dopo, l’esempio migliore di crowdsourcing rimane la realizzazione del kernel di Linux, del progetto GNU e la produzione del software Open Source. Questo perché uno dei concetti fondamentali del crowdsourcing è proprio il controllo diffuso che un gruppo di persone può esercitare sulla qualità di un prodotto.

Proprio questo concetto base del crowdsourcing, fa coniare a James Surowiecki l’ottimistico slogan “La saggezza della folla”, titolo di un suo libro.

E dal termine crowdsourcing sono nati, come abbiamo visto nel caso di crowdworking, altri neologismi, tra cui crowdcreation (pensiamo ai volontari di Wikipedia) oppure crowdfounding (termine che indica il finanziamento di un’opera per fare in modo che l’autore la possa realizzare).

La grande illusione collettiva del Web 2.0 fa sì che tutti possano offrire le proprie competenze su un mercato globale senza essere legati né a un posto di lavoro né a una particolare azienda (e di conseguenza contratto): e proprio i processi di produzione collettivi tipici del crowdsourcing sono ribaltati delle aziende a loro favore. S’impossessano del lavoro di un’intelligenza collettiva, ci mettono un marchio, blindano il tutto con il copyright … senza pagare nessuno.

Ovviamente la crowdcreation dei volontari di Wikipedia, che rimane no profit, senza pubblicità e finanziamenti pubblici (se non quello dei fruitori), ha un senso diverso, come pure il crowdfounding, se pensiamo, al regista Bocchi che ha potuto in questo modo realizzare il film documentario su Guido Picelli (il leggendario protagonista delle Barricate di Parma).

Il crowdsourcing sfrutta la difficoltà lavorativa d’intere generazioni di persone, sollecitate a dare un valore a un precariato professionale, obbligandoli a rimanere sempre on line e disponibili ad accettare qualsiasi lavoro.

Questa “modernizzazione” ci riporta indietro a un concetto ottocentesco del lavoro, o a un più “moderno caporalato”, dove i neo proletari digitali sono sempre a disposizione su piazze virtuali, aspettando di essere chiamati al lavoro. Siamo nel pieno di quella che James Ross ha definito la “Jackpot Economy”.

Il Turco Meccanico

La massima e più sinistra espressione del crowdsourcing che possiamo trovare è il “Turco Meccanico” (Mechanical Turk) introdotto da Amazon come “innovazione” del lavoro contemporaneo.

Nel “Turco Meccanico” di Amazon non c’è un uomo di piccola statura che deve apparire invincibile al gioco degli scacchi (infatti il nome allude a un automa creato nel 1770 da un inventore ungherese – Wolfgang von Kempelen – automa apparentemente in grado di giocare a scacchi), ma c’è l’idea di frammentare e al tempo stesso intensificare lo sfruttamento del lavoro, appaltando piccoli pezzi di attività a singoli lavoratori senza contrattare le condizioni di lavoro: in altre parole disgregazione delle mansioni e salari al ribasso. Dietro al “Turco Meccanico” di Amazon ci sono oltre cinquecento mila lavoratori di oltre 100 Paesi

L’ideologia neo liberista inneggia a un mercato d’individui isolati, facilmente ricattabili, ridotti a capitale umano, dove il rapporto tra committente e fornitore è basato sui rapporti di forza generati dalla logica dell’apprezzamento o reputazione, attraverso l’uso dei Social Media … e cadiamo sempre nel tanto mitizzato Web 2.0.

La creazione del “Turco Meccanico” risale al 2005, dieci anni dopo la nascita di Amazon, e della sua crescita in cui si è verificato il passaggio da rivenditore di libri on line a enorme centro commerciale virtuale. In pratica il “Turco Meccanico” nasce dopo il perfezionamento, da parte di Amazon, del suo modello di sfruttamento dei lavoratori. La novità del “Turco Meccanico” sta nel fatto che non si sfrutta il lavoro per vendere merci, ma nell’aver creato un sistema per vendere il lavoro stesso, che diventa merce a basso costo, frantumato in milioni di piccole mansioni.

Nel 1911 Taylor pubblicò un saggio in cui descriveva una soluzione scientifica per ovviare alla scarsa produttività dei lavoratori, secondo cui il lavoro poteva essere diviso in piccole mansioni ripetitive, cui era assegnato un tempo limite. Quasi cento anni dopo, Amazon mette in pratica un approccio simile, ma mentre nella soluzione di Taylor la genialità stava nel sovraccaricare la catena di montaggio riducendo il lavoro qualificato in piccole mansioni dequalificate, la genialità del “Turco Meccanico” sta nel creare una “catena di montaggio virtuale” in cui le operazioni non sono serializzate.
Se nel post fordismo si è avuta una riduzione dello spazio (delle grandi fabbriche) perché il tempo tende a diventare infinitesimale (grazie alla tecnologia ICT, e da qui nasce la fabbrica diffusa), con il “Turco Meccanico” anche lo spazio diventa infinitesimale; si arriva quindi a un concetto relativistico della produzione che stabilisce un’equivalenza tra le due identità (spazio-tempo) e non più una dipendenza di un’entità dall’altra come nella produzione fordista.

Che fare?

I neo proletari digitali del “Turco Meccanico”, ma anche delle decine di altri siti, non sono nient’altro che nodi frammentati di una rete, sconnessi fra loro, perché l’unica connessione che hanno è, eventualmente, con il loro committente. Nodi di una rete gerarchica, e non paritetica come lo era Internet prima del crollo delle DotCom, delle Torri Gemelle e del controllo da parte dei Governi grazie alla complicità delle grandi compagnie … ovvero prima dell’avvento del Web 2.0.

Isolati perché il neo liberismo impone che lo siano, perché capire la propria condizione d’ipersfruttamento, diventa una cosa rivoluzionaria.

Se consideriamo quanto Lukas Biewold, CEO e fondatore di CrowdFlower (sito che vanta cinque milioni d’iscritti in 280 Paesi) ha detto nel 2010 in una conferenza di giovani informatici, in un momento di euforica e incontrollata franchezza: «Prima di Internet era difficile trovare qualcuno, farlo sedere per dieci minuti, farlo lavorare per te e poi licenziarlo dopo quei dieci minuti. Ma grazie alla tecnologia, ora lo puoi trovare, pagare una piccola somma di denaro, e poi sbarazzartene quando non ne hai più bisogno.», si capisce che siamo ormai all’apoteosi del neo liberismo più sfrenato; nessuna tutela, nessun problema a licenziare, con “sindacati” non pronti a intercettare queste nuove frontiere del lavoro, perché ormai più CAF che sindacati, anche perché non hanno saputo rimodellarsi sui nuovi paradigmi della produzione post fordista.

Il crowdsourcing è una tendenza destinata a crescere, e con essa decrescerà ulteriormente il costo del lavoro spostandosi sempre più verso est, com’è successo per quello fisico. Ma non ci sarà nessun presidio, nessuna tenda, nessun fuoco per riscaldarsi nella nebbia, nessuna manifestazione, perché il tutto avverrà in un mondo “virtuale”, in un modo isolato all’interno delle proprie quattro mura dove i neo proletari 2.0 lavorano.

«Ora comprendevano quanto erano stati saggi gli uomini comuni, quando avevano sfasciato praticamente tutto. Era così che bisognava fare, e al diavolo la moderazione!»
[Kurt Vonnegut da “Distruggete le macchine”]

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