Il potere delle narrazioni tossiche: frame, contagio, controllo

“Sicurezza”, “controllo”, “scontro tra civiltà”, “vogliono colpire il nostro stile di vita”, sono le parole e le frasi più utilizzate dai media mainstream dopo gli attentati di Parigi dello scorso novembre.

Proprio dal 13 novembre sono in atto narrazioni, che possiamo tranquillamente definire tossiche, perché raccontate «… sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità».

«È sempre narrazione tossica la storia che gli oppressori raccontano agli oppressi per giustificare l’oppressione, che gli sfruttatori raccontano agli sfruttati per giustificare lo sfruttamento, che i ricchi raccontano ai poveri per giustificare la ricchezza.
Una narrazione tossica non si limita a giustificare l’esistente, ma è anche diversiva, cioè sposta l’attenzione su un presunto pericolo incarnato dal “nemico pubblico” di turno. E il nemico pubblico di turno, guarda caso, è sempre un oppresso, uno sfruttato, un discriminato, un povero.
Stringi stringi, la fabula della narrazione tossica è la guerra tra poveri.
» [Wu Ming – http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=13512]

Non è certo da oggi che i media mainstream compiono queste operazioni. Pensiamo a come hanno sempre rappresentato il mondo islamico e i Paesi arabi, associandoli molto spesso a idee di violenza, fanatismo arretratezza, ritraendo spesso, folle urlanti, funerali di miliziani celebrati con spari di kalashnikov, donne che indossano il burqa. Questo continuo bombardamento fa si che in noi si formino dei frame[i] impliciti, dove associamo automaticamente a islamico, le parole violenza, arretratezza, fanatismo. Arrivare alla parola “terrorista”, il passo è breve, è sufficiente una leggera azione.

 

Narrazione Tossica 1

Lanci di agenzia del 18 novembre: “la prima donna kamikaze nel cuore dell’Europa”. Ancora adesso se si cerca con Google “donna kamikaze”, si trova, nella prima pagina dei risultati, il solo articolo dell’Avvenire “Parigi, non c’è stata nessuna donna kamikaze” [http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/parigi-non-stata-nessuna-donna-kamikaze.aspx] che smentisce la notizia.

Ma come hanno smentito la notizia, gli altri media? Prendiamo per esempio La Repubblica, che ha smentito la notizia con un aggiornamento dell’articolo dal titolo “La donna kamikaze, è la prima nel cuore d’Europa”, un trafiletto che dice: “Aggiornamento del 24 novembre 2015: a differenza di quanto riportato in questo articolo, datato 18 novembre, le indagini hanno verificato che non è stata Hasna a farsi esplodere durante il blitz, bensì un uomo non ancora identificato.” [http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/18/news/la_donna_kamikaze_e_la_prima_nel_cuore_d_europa-127662680/]

Però, in tutto l’articolo si parla di Hasna come della prima donna kamikaze. L’importante è divulgare la notizia (vera o falsa che sia), se poi la notizia non è vera, la si smentisce con un occhiello. Intanto l’operazione di framing è stata avviata, e ha cominciato a insinuarsi nel nostro immaginario. Quante saranno le persone che dal 18 novembre, vedendo una donna con il velo sui capelli, la associano a una kamikaze?

 

Narrazione Tossica 2

Varese; studentesse mussulmane disertano il minuto di silenzio”. Anche in questo caso si cerca di far passare un messaggio in cui esiste una collusione tra tutti i mussulmani e i terroristi del Daesh, salvo poi scoprire che anche studenti italiani, non mussulmani, hanno eseguito questa forma di protesta contro il diverso trattamento riservato alle vittime nigeriane, libanesi e russe di attentati terroristici.

L’importante è compiere l’operazione di framing, tanto poi gli utili idioti del potere che contestano la motivazione si trovano sempre, e gratis.

 

Il contagio

Tutte queste (e altre) narrazioni servono a innescare un meccanismo di contagio sociale, in cui sono diffusi concetti e non virus. Ma, se nel mondo biologico esiste il nostro sistema immunitario per difenderci da agenti patogeni, nel mondo della comunicazione, digitale o meno, non esiste nessun meccanismo di difesa, per cui la probabilità di contagio è molto più alta.

Questo contagio fa si che gli individui tendano a trasmettere tra loro un unico pensiero, quello dominante, entrando a far parte di un gruppo in cui tutti pensano in modo simile, e in cui non esiste la capacità di produrre differenze nel modo di pensare.

Ne sono testimonianza le tante interviste dopo i fatti di Parigi, tutte incentrate ad affermare il concetto dominante: più controlli, più sicurezza. Ecco che si crea, quello che Michalis Lianos ha definito “nuovo controllo sociale”, “aggiornando” i concetti di Foucault. Un controllo fondato su una collaborazione ottenuta attraverso un consenso, generando un senso comune tra chi controlla e chi è controllato. Questo evita l’eventuale gestione delle resistenze che i controllati potrebbero mettere in atto.

A fronte di questo consenso “spontaneo”, il “socialista” Hollande ha fatto subito inasprire le leggi sui controlli (già le più intrusive d’Europa), arrivando fino agli arresti preventivi di 24 attivisti ecologisti prima del vertice sul clima di Parigi

Ovviamente il potere, se non ti integri, continua a cercare di addomesticare e punire, creando consenso attraverso ulteriori narrazioni tossiche, messe in moto anche dalle strutture istituzionali del potere stesso, con obiettivo della criminalizzazione di tutti quei movimenti che non rientrano nella sua logica di “opposizione” legale (come i sindacati e i partiti).

L’esempio tipico è quello del movimento NoTav, un movimento che non rientra certo nella logica di “opposizione” legale, e che difficilmente ci entrerà, dove alcuni dei suoi militanti sono stati accusati di terrorismo per il taglio di una rete e l’incendio di un compressore, equiparando queste azioni all’uccisione di persone innocenti all’interno di un ristorante o di una sala concerto.

Anche se poi l’accusa di terrorismo è stata fatta cadere dai giudici (è pur sempre utile creare delle contraddizioni all’interno delle strutture del potere, per far vedere una parvenza di libertà, in modo che possano insinuarsi dei dubbi in quella parte meno radicale di un qualsiasi movimento di opposizione) l’operazione di framing è stata avviata e si è già insinuata nostro immaginario; e la cancellazione dell’accusa di terrorismo, non ha certo lo stesso perso dell’accusa stessa.

Nella sua guerra interna il potere (attraverso gli stati-nazione ormai meri esecutori di ordini di organismi sovranazionali), ha sempre più bisogno di maggior controllo e consenso, e utilizza tutti gli strumenti che ha disposizione, dalla stampa mainstream, alle “opposizioni” legali, alle sue strutture di dominio e repressione.

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[i] Nella comunicazione, e specialmente in quella politica, non c’è parola o frase che non inquadri un dato problema secondo la prospettiva ideologica di chi la usa. Il “framing” non è altro che un’operazione per mezzo della quale si dà un senso ad un’informazione, dando enfasi ad alcuni elementi a scapito di altri. Questo di solito viene sintetizzato nei titoli e nei primi paragrafi dell’informazione stessa. In pratica il frame, o quadro, è quello che ci rimane dopo aver dimenticato i dati concreti delle notizie (ammesso che ci siamo stati trasmessi). I media realizzano in continuazione operazioni di “framing” esplicito, nei confronti di avvenimenti che succedono nel mondo, e la continua ripetizione di queste operazioni (in pratica, modo di dare la notizia), fa si che si formino dei frame impliciti.

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