Industria 4.0: benessere generale e Corpo di Ricostruzione e Bonifica (parte 2)

«Coloro che non erano in grado di competere con le macchine da un punto di vista economico potevano scegliere, se non avevano altro reddito, tra l’esercito e il Corpo di Ristrutturazione e Bonifica.» [Kurt Vonnegut – Distruggete le macchine]

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Dall’artigianato al consumismo e al postfordismo

Nell’era del lavoro manuale, la struttura del lavoro era una struttura artigianale, figlia della conoscenza che veniva trasmessa da persona a persona, molto spesso tra padre e figlio; da una generazione all’altra.

Con il passaggio all’era meccanica e con l’avvento del fordismo, il processo produttivo viene scomposto in piccole mansioni, e per i lavoratori scompare la necessità della conoscenza dell’intero processo. Questa conoscenza viene estratta e trasferita agli uffici della direzione in modo che possa essere scomposta in operazioni semplici.

Il capitalista, con l’aiuto della scienza, si impossessa di questa conoscenza, che trasferisce nella progettazione dello stabilimento, nella divisione delle mansioni e all’interno delle macchine.

Con l’avvento della produzione industriale, l’artigiano si trasforma, quindi, in un operaio, che deve eseguire solo semplici operazioni. A causa della perdita della conoscenza del processo produttivo, il “nuovo” operaio resta schiacciato dalla scienza delle macchine e viene quindi sottomesso al padrone.

Se prima la macchina era uno strumento di mediazione tra l’artigiano e il suo prodotto finale, ora la macchina diventa uno strumento di controllo e dominio, poiché ingloba il controllo sul lavoro vivo.

 

Durante questa fase nascono alcune necessità per il capitalista: la prima è quella di riuscire a controllare tutte le fasi della produzione, necessità che viene risolta attraverso un sistema di sorveglianza diretto, che va dal caporeparto fino al caposquadra, e fa si che l’operaio acquisti, un po’ alla volta, coscienza del meccanismo che deve subire.

La seconda necessità, conseguenza della prima e tuttora valida, è quella di una corretta gestione degli individui nella società, al fine di creare una classe ordinata, che possa inserirsi, senza creare problemi, all’interno del ciclo di produzione. Questa necessità vede i media ricoprire un ruolo fondamentale, dando un contributo ideologico e culturale a questo scopo. I media si prendono in carico il compito di presentare lo sviluppo capitalistico come l’unico e il migliore possibile, descrivendo le istanze dei lavoratori come una minaccia per la pace sociale e per la sopravvivenza delle società. Ruolo che, anche se in situazione diversa, i media stanno svolgendo in questo periodo. Situazione diversa, perché i media non sono più “indipendenti”, ma sono proprietà stessa del capitale.

L’industrializzazione della produzione provocò un tale incremento della quantità di merci prodotte, che nel capitalismo si impose ben presto l’idea che le classi lavoratrici dovessero sostenere e partecipare al sistema industriale in un modo tutto nuovo: ossia come massa consumatrice. La pressione delle lotte sociali, di quel periodo, e la paura della sovrapproduzione, fanno si che nasca l’idea di concedere agli operai il confort attraverso il consumo, smaltendo il surplus e calmando, contemporaneamente, le contestazioni.

Un programma che Christine Frederich[i] formulava così nel 1929 «”Consumationism” è il nome della nuova teoria. È comunemente accettato al giorno d’oggi che si tratta dell’idea migliore che l’America potesse offrire al mondo, l’idea che le masse lavoratrici […]  possano essere considerate anche come “consumatrici”. […] Pagandole di più per vendere loro di più e trarre così maggior profitto, ecco come bisogna ragionare.» [Selling Mrs. Consumer]

 

Con l’avvento delle tecnologie dell’informazione (ICT – Information and Communications Technology) si determina un capovolgimento di molte delle caratteristiche del fordismo, poiché cresce sempre di più il livello di automazione e complessità della produzione. Queste nuove tecnologie acquistano sempre maggiore importanza, trasformandosi in una “intelligenza” elaborativa in grado di “generare” nuove forme di organizzazione del lavoro, e dove acquistano notevole importanza due fenomeni legati ai nuovi cicli produttivi, l’abbattimento dei costi di produzione e la flessibilità operativa.

Tramite i flussi di informazione che vengono immessi nel processo produttivo, si supera la logica della produzione standardizzata, poiché questi flussi permettono di riorganizzare in tempo reale e in base al mutare della domanda, la struttura stessa del processo produttivo e di conseguenza la struttura stessa della fabbrica.

Queste nuove tecnologie ridimensionano e destrutturano sul territorio le fabbriche fordiste, sempre più grandi e basate sul concetto newtoniano di spazio-tempo, ovvero uno spazio continuo nella successione delle operazioni, e un tempo scandito dalle macchine, e danno vita a forme reticolari di imprese. Queste forme reticolari di imprese, sono molto flessibili e rimodellabili, ed in esse è possibile trovare tutti i tipi di imprese, da quelle medio grandi fino al lavoratore autonomo.

Queste tecnologie permettono, anche, a punti molto distanti tra loro di comunicare in modo istantaneo, riducendo il concetto di tempo. In altre parole lo spazio diventa discontinuo grazie al fatto che la fabbrica si diffonde sul territorio, mentre il tempo da lineare (scandito dai ritmi delle macchine) diventa simultaneo.

Il tempo non “opera” più nello spazio ma, riducendosi a istantaneo, crea uno spazio completamente nuovo. Riducendosi sempre più costringe, tutto ciò che possa assumere una forma temporale a ridursi.

Il concetto tayloristico del “one best way”, ovvero del tempo ottimale per eseguire un’operazione, perde di significato, poiché i modi per produrre un prodotto diventano infiniti e i tempi non sono stabiliti a priori, ma possono essere ridotti all’infinito, secondo la logica del Kaizen: la logica del miglioramento continuo.

Nascono però delle conseguenze negative sulle condizioni dei lavoratori, la cui più evidente è la perdita dello spazio della fabbrica come luogo di aggregazione e organizzazione del conflitto con una conseguente dispersione di quella soggettività che era stata la forza trainante delle lotte.

Per di più s’instaura una concorrenza stessa tra i lavoratori all’interno dello stesso processo produttivo; concorrenza che porta all’accentuarsi delle condizioni di sfruttamento perché questo è il risultato principe della competitività.

 

Questa trasformazione porta l’impresa a non essere più un’isola, un fortino all’interno della città, ma fa in modo che essa diventi attore di una struttura che ha relazioni con fornitori, sub-fornitori, imprese alleate, istituzioni del territorio, e non ultimo abbia relazioni anche con i propri clienti.

Ci sono però diversi tipi di imprese a rete; le seguenti quattro tipologie, le possiamo considerare come le principali.

  • Imprese che hanno attuato il decentramento della maggior parte delle proprie attività verso imprese sub-fornitrici. Imprese che molto probabilmente occupano meno del 1% della forza lavoro, e che sono quasi esclusivamente un brand, un marchio, come Benetton o Nike. Imprese il cui decentramento è tutto concentrato su paesi del terzo mondo, dove lo sfruttamento raggiunge livelli simili alla schiavitù, dove lo sfruttamento dei minori è la norma.
  • Imprese complementari che collegate tra loro generano un ciclo di produzione completo.
  • Imprese locali caratterizzate da una comune filiera merceologica, e da una diffusa competenza, che generano i cosiddetti ‘distretti industriali’, come la produzione di piastrelle nel modenese, il tessile a Prato, l’oreficeria nel vicentino, ecc. Questo tipo di tipologia di impresa ha avuto un notevole successo in Italia.
  • Imprese che da grandi diventano “piccole”, ovvero aziende che con un’unica struttura proprietaria e organizzativa, si articolano al loro interno in strutture molto simili a piccole imprese (business unity, profit centre), dove il processo di decentramento operativo genera gradi di flessibilità e di autonomia che consente a queste strutture di crescere oltre i confini dell’azienda “madre”.

Sebbene le imprese siano organizzate in una molteplicità di modelli produttivi e di relazioni, la coerenza del sistema viene garantita sia dalla proliferazione dal modello dell’impresa su scala globale, sia da un “paradigma di connessione e comunicazione”, coerente a tutti i modelli produttivi, che veicola un messaggio universale atto a stabilire regole di creazione e funzionamento dei modelli di imprese. Messaggio atto a stabilire standard industriali, regole di transazioni, modelli di comando e partecipazione, criteri di governo del mercato del lavoro, svalorizzazione dei posti di lavoro e non ultimo lo smantellamento del welfare.

 

Se analizziamo queste strutture, possiamo facilmente verificare che ci sono nodi con molti collegamenti e altri con meno collegamenti e, scendendo sempre più nella struttura della rete, troviamo nodi con un solo collegamento.

Utilizzando la definizione di Mark Buchanan[ii], possiamo definire questo tipo di reti come “aristocratiche”, in quanto dotate di “hub”, ovvero di nodi a cui fanno capo la maggior parte delle connessioni. Se pensiamo a una multinazionale destrutturata su più territori, e analizziamo i collegamenti con i sui fornitori e sub-fornitori, potremmo facilmente verificare che la multinazionale stessa è un hub, e che i fornitori e i sub-fornitori non hanno lo stesso numero di collegamenti della multinazionale. Possiamo quindi definire queste reti gerarchiche, perché, a differenza delle reti paritetiche, molte connessioni fanno capo a pochi elementi.

 

I collegamenti tra i nodi della rete, e in special modo i colleganti agli hub e ai nodi più importanti sono, molto spesso, di due tipi: comunicativo e logistico.

Il secondo tipo di “connessione”, quello logistico, rappresenta un cambiamento nella percezione della fabbrica poiché la linea di montaggio diventa un caso particolare di una linea più generale e più ampia, che si estende ben oltre i confini della fabbrica, e in cui la logistica diventa una disciplina legata alla produzione.

La logistica è sempre esistita come pratica che risale al campo militare, ma è stato con il commercio degli schiavi africani che venne introdotta la logistica per fini commerciali. Da allora sono stati sviluppati grandi progetti di infrastrutture come canali e ferrovie, e si sono verificati grandi spostamenti di masse e migrazioni.

Ma è solamente con la containerizzazione e la produzione globale che la logistica entra come disciplina a far parte del management della produzione. Il risultato è che il management della produzione controlla input e output dentro e fuori la fabbrica come estensione della linea di produzione. Migliorare queste estensioni significa migliorare la linea stessa all’interno della fabbrica.

Questa estensione della linea serve a migliorare il processo produttivo, tenendo conto del movimento delle materie prime, dei semilavorati, ma anche del feedback dei clienti. Il management della produzione acquista una visione globale e una responsabilità non più della sola produzione ma di tutti i circuiti legati alla produzione. L’integrazione e la gestione di queste catene di valore viene realizzata attraverso delle metriche di prestazioni, ovvero attraverso degli algoritmi.

 

 

Coinvolgimento e flessibilità: nuove unità di misura del lavoro

Questo nuovo “modo di produzione”, come abbiamo già detto, ha una logica di funzionamento diversa da quella del fordismo: non più una catena lineare e rigidamente sequenziale, come quella di Ford, ma una struttura a sistemi modulari (“rete” o “isole”) che rendono il montaggio più flessibile.

La produzione più flessibile deve avere anche operai flessibili e polivalenti, adatti a lavorare in gruppi: modalità che sembrano contraddire i principi stessi del fordismo: la divisione del lavoro e la suddivisione delle mansioni.

Addirittura l’alienazione dal lavoro sembra venire meno, nel momento in cui si chiede al lavoratore di condividere gli obbiettivi dell’azienda.

Questo tipo di coinvolgimento del dipendente, è un ulteriore punto di questa nuova forma di industrialismo. Questo coinvolgimento diventa però una nuova forma di controllo, non più basata sul dispotismo, come nell’era fordista, ma sull’egemonia, in quanto porta i lavoratori a identificarsi, non solo nel proprio lavoro, ma anche nel proprio sfruttatore.

Questo atteggiamento si chiama Employee Involvement (EI), ed è uno dei punti di forza del Kaizen, una pratica comportamentale giapponese, il cui obbiettivo è quello del costante miglioramento dei processi manifatturieri, e che ha generato tecniche quali la psicoterapia e il coatching.

L’Employee Involvement nasce dal concetto di lavoro emozionale, dove tutta l’esperienza della propria vita privata (esperienze che vengono acquisite fin da piccoli attraverso i giochi, gli sport di squadra, le attività musicali, teatrali ecc.) vengono utilizzate per far fronte a esigenze lavorative. Quando queste esperienze della sfera privata entrano nella sfera lavorative, diventano componenti della produzione stessa.

Il Kaizen è stato utilizzato dal management della produzione nelle fabbriche giapponesi e indica, come scritto in precedenza, non solo un miglioramento, ma un continuo e incessante miglioramento. Il metodo base del taylorismo chiamato “best one way” (ovvero trovare il “solo modo migliore” di organizzazione di una linea di produzione), con il Kaizen non ha più senso.

Le tecniche di misurazione tipiche della fabbrica fordista, sono sostituite da metriche di prestazioni alimentate da algoritmi, che spostano il valore dal prodotto al processo. Quindi l’efficienza non è più misurata dal profitto della merce, come nell’approccio “one best way”, ma nell’efficienza misurata in sé stessa.

Il miglioramento continuo significa che la linea di produzione ha come obbiettivo quello di superare sé stessa in modo continuo, da qui la necessità di scomporre l’intero processo produttivo in piccolissimi “processi” e lo studio dei movimenti degli operai per migliorare costantemente l’efficienza, fin quando, non sarà possibile sostituire l’operaio con un robot.

Da parte delle imprese capitalistiche è sempre esistita la necessità di un miglioramento della fase produttiva e di una maggiore efficienza, ma queste necessità venivano giustificate da una concorrenza misurabile e da meccanismi di mercato misurabili. Ora non è più cosi, la misurazione si è trasferita “all’interno” della linea.

 

Esiste però un punto cruciale: la produzione “non è più di massa”, nel senso che non ha più le grandi dimensioni del passato e non è più standardizzata; in pratica la produzione si adegua a una domanda, inferiore per dimensioni e mutevole per gusti.

Questa diminuzione della produzione comporta anche una diminuzione del lavoro ma, a causa della lentezza delle istituzioni ad adeguarsi alle mutate condizioni produttive, si registrano alcune sfasature, mancando strumenti atti a contrastare sia la diminuzione del lavoro sia a renderlo più flessibile.

In Italia, questo tipo di organizzazione ha generato un impulso notevole di quelli che vengono definiti mercati “neri” e “grigi”, e quindi uno scontro tra l’economia non sommersa e quella sommersa.

Proprio alla fine degli anni ’70 il 5º governo Andreotti stila un piano triennale, dove viene denunciata la capacità di questa economia sommersa di sottrarsi alle regole fiscali e contributive, caratteristica che permette di esercitare una concorrenza sleale, ma che pone anche un problema di legalizzazione di questa economia sommersa.

La risposta del piano è quella di estendere le condizioni tipiche del lavoro nero a tutto il mondo del lavoro, in altre parole far emergere il lavoro nero regolarizzandone i lavoratori ma, estendendo però quelle regole tipiche di questo lavoro sommerso, a tutti i lavoratori protetti.

E proprio allora vengono legalizzati strumenti tipici del lavoro nero, quali il part time e i contratti tempo determinato, anche se in realtà questi ultimi esistevano già da qualche tempo, e pertanto non si fa altro che accrescere la loro applicazione in modo da soddisfare le esigenze di flessibilità dimensionali delle imprese.

Tutte le riforme del lavoro che si sono succedute, Treu, Biagi, Sacconi, Fornero e per ultimo il Job Act di Renzi non hanno fanno altro che proseguire su quella strada iniziata alla fine degli anni ’70, erodendo pian piano i diritti di tutti i lavoratori.

Ora lo scontro si è spostato da economia sommersa e non sommersa, all’evasione fiscale, concetto che apre “frame” molto più efficaci nelle persone che l’evasione non possono farla perché tassati già alla fonte.

Anche se esiste ancora dell’economia sommersa, la maggior parte si è “spostata” in quella che viene definita “Gig Economy” un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative (il posto fisso, con contratto a tempo indeterminato) ma si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze: il massimo della flessibilità.

 

Teoricamente la flessibilità dovrebbe essere vista in un’ottica evolutiva e di accrescimento: ovvero dovrebbe prevedere un costante miglioramento delle conoscenze del lavoratore e di conseguenza del livello occupazionale raggiunto, sia per quanto riguarda il livello economico sia per il livello delle competenze professionali.

Nella realtà, ovvero nella visione che gli imprenditori capitalisti hanno, la flessibilità viene intesa sia in termini di orario, che di sede di lavoro e mansione, in altre parole, come disponibilità rispetto alle esigenze e alle richieste del datore di lavoro. Disponibilità quindi a lavorare oltre le 8 ore, a lavorare il sabato e nei giorni festivi, a cambiare mansione, a trasferte anche di lunga durata, a trasferimenti della sede di lavoro, il tutto a discapito della propria vita.

Nella mentalità degli imprenditori capitalisti, la flessibilità degenera nel concetto di precariato a causa di più fattori di instabilità, come per esempio, la mancanza della continuità lavorativa e di conseguenza, la mancanza di un reddito adeguato alla pianificazione della propria vita presente e futura. Da qui il ricorso istituzionale, a palliativi vari come il reddito di inclusione o il reddito di cittadinanza, tutti strumenti atti a convincere i lavoratori che in qualsiasi momento potranno trovarsi in uno stato di povertà e miseria: strumenti che però ti permettono di essere un consumatore, ma che non intaccano minimamente le nuove regole del mercato del lavoro, ma anzi diventano uno strumento atto a creare una forza lavoro isolata e immiserita e, perciò, sempre più disponibile allo sfruttamento.

Nella realtà, questo nuovo paradigma produttivo, specialmente nelle zone periferiche, e nella produzione automobilistica è tuttora ancora di più “fordista”. La fabbrica taylorista, con il suo sistema di controllo dispotico, è uno degli strumenti più efficaci per esportare metodi di lavoro capitalistici nei paesi cosiddetti in via di sviluppo. Questo perché si prevede che il trapianto di una produzione altamente taylorizzata riesca in tempi brevi a disciplinare una popolazione priva di tradizioni industriali.

 

[i] Christine Frederick (1883-1970) è stata un’economista domestica americana. Seguace del taylorismo e della gestione scientifica, aprì la Applecroft Home Experiment Station nella sua casa a New York, nel 1912. In pratica si trattava di un laboratorio in cui Christine sperimentò diversi metodi e apparecchi per trovare il modo migliore per eseguire un particolare compito in cucina.

Sostenne inoltre il ruolo vitale delle donne in una economia di produzione di massa. Ha scritto parecchi libri su questi argomenti, il cui più famoso è probabilmente “Selling Mrs. Consumer”, nella quale offre una giustificazione anche dell’obsolescenza pianificata come una caratteristica necessaria all’economia industriale.

 

[ii] Mark Buchanan – Nexus, 2009 Mondadori.

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